I Barbacani sono quei travi sporgenti in alcune case a Venezia che servono a rendere più grande la casa “senza stringere troppo la calle”. In pratica dal primo piano in poi i Barbacani sorreggono la zona sporgente come fossero una grande mensola. Quello della foto è in pietra d’Istria e si trova a Rialto. Serviva da modello per tutti i Barbacani veneziani.
Questa è la ruota degli Innocenti. Una porta che un tempo serviva a mantenere l’anonimato a quei genitori che volevano tristemente lasciare il loro figlio appena nato in altre mani. Invece di abbandonare o, nelle peggior delle ipotesi, lasciar morire il nascituro al Monastero della Pietà esisteva questa porta. E adesso dove si trova questa porta? Inserita nell’ albergo Metropole. In calle.
Venezia città d’acquaLa porta principale del palazzo non era in strada ma quella che dava in rio. Come adesso si usa l’automobile nelle grandi città, a Venezia si usava la barca. Immaginatevi quanto traffico. Ora Venezia si spopola sempre di più, è una città vecchia. Però i vecchi muoiono e la casa resta libera. I nipoti vogliono divertirsi, non vogliono avere tanti figli, non la vendono ma la affittano come Bed & Breakfast, conviene. E i foresti amanti di questa prestigiosa perla occidentale comprano palazzi costosissimi. Ma li usano solo in pochi periodi dell’anno. Venezia quindi si ritrova ad avere 52.000 abitanti. Nel ‘500 era la città più popolosa d’ Europa. E se da un lato questo ci rammarica, da un altro ci fa pensare. Quanti poco sommessi rimbrotti da parte dell’opinione pubblica al sempre più pressante traffico acqueo? Come si fa ad avere molte imbarcazioni in più se la gente è sempre di meno? O è tutto per il foresto? Vogliamo la bicicletta?

Il doge incarna la maestà dello stato. Indossa vesti sfarzose, manti in ermellino, oro e argento. Il corno ducale lo usa nelle numerose processioni, ma ne ha uno più prezioso chiamato zogia (gioiello) messo solo nel giorno della sua incoronazione in cima alla scala dei Giganti e nel giorno di Pasqua in visita alla chiesa di S. Zaccaria. Alla sua morte viene esposto nella sala del Piovego di palazzo ducale, portato con enorme seguito fino alla chiesa di San Giovanni e Paolo. Il suo corpo viene sollevato nove volte dai marinai al grido di “Misericordia!” Ma quello non è il doge, è un saco de pagia, e maschera de cera. La vera salma viene seppellita di notte nel riserbo più assoluto nella sua tomba di famiglia. Si, c’ é rispetto, devozione e onore alla carica ma non alla persona. I suoi poteri sono stati negli anni sempre più limitati per evitare indesiderate reviviscenze monarchiche e vengono ancor più limitati dai “Correttori alla Promissione ducale”. Il doge è uno dei dei rarissimi magistrati veneziani con mandato illimitato. La votazione per fare un doge è molto complicata. Si inizia con 1000 o 2000 patrizi davanti ad un urna in cui si trovano tante palle di rame quanti sono i votanti ma solo 30 dorate, e il ballottino. Un bambino tra gli otto e dieci anni scelto a caso pesca alla cieca le palle e le consegna ai nobili che gli passano davanti. I trenta che hanno ricevuto la palla dorata rimangono e gli altri se ne vanno. Il nome di ognuno dei dei trenta, gridato ad alta voce dagli uscieri, fa però uscire tutti i suoi parenti. Infatti i votanti rimasti devono appartenere a famiglie diverse. La sorte elimina ventuno dei trenta prescelti e tocca ai nove superstiti la designazione di quaranta elettori subito ridotti a dodici da una nuova elezione. I dodici eleggono, con una maggioranza minima di nove voti, venticinque nuovi elettori, sedici dei quali eliminati subito per estrazione a sorte. Tocca poi ai nove rimasti eleggerne quarantacinque dei quali solo undici verranno designati dalla balla d’oro come elettori degli lettori del doge. Ai quarantun elettori-eletti (che non devono far parte né degli undici, né dei nove, né dei dodici estratti negli undici sorteggi) spetta l’elezione del doge mediante un conclave che può durare anche sessantotto scrutini come nell’occasione di Carlo Contarini nel 1655. Una volta eletto, con una maggioranza di almeno venticinque voti, il doge si presenta al popolo in piazza San Marco nel suo pozzetto sorretto dagli arsenalotti con tanto di lancio delle monete alla folla festeggiante. Il doge, molto spesso, coronava con la sua elezione una lunga carriera al servizio della Serenissima nelle ambascerie, nel governo delle colonie e nell’attività parlamentare. Al doge venivano vietate molte cose. Non poteva proporre misure che aumentassero i suoi poteri, non poteva abdicare se non erano gli altri ad imporglielo. Non poteva ricevere nessuno in veste ufficiale senza la presenza dei consiglieri, non poteva concedere udienze private. Se qualcuno in qualsiasi circostanza gli parlava a tu per tu di affari di stato era obbligato a cambiare discorso. Non poteva esporre in pubblico il suo stemma. Né lui né i suoi parenti non potevano dare o ricevere doni. Nessuno doveva inginocchiarsi dinanzi al doge né baciargli la mano. Non poteva uscire da palazzo Ducale se non in forma ufficiale né andare a teatro o al caffè. Il doge non poteva andare in villeggiatura se non per motivi di salute. Per festeggiare l’elezione di un doge tutta la sua famiglia doveva sostenerne le spese, per non parlare poi del pagamento di tutti i suntuosi corredi dogali e i doni alla basilica di San Marco. Fra le cose vietate al doge c’era pure il proseguimento delle attività mercantili o finanziarie svolte prima della sua elezione. Alla sua morte, celebrati i funerali, c’era il redde rationem dove degli agenti controllavano le entrate e uscite della sua vita per accertare o meno delle irregolarità. Se c’erano erano i suoi eredi a sopportarne le conseguenze.

Il ponte della Paglia si chiamerebbe così perché colà, nella paglia appositamente messa a terra, si disponevano i cadaveri degli annegati sconosciuti in attesa del riconoscimento da parte dei parenti, una specie di obitorio all’aperto. Ma come mai una volta era molto comune cadere in acqua e annegare? Molti annegamenti erano dei veri e propri omicidi che, con l’annegamento, non si veniva mai a sapere il colpevole. Si poteva cadere dalla barca o dai ponti che in quei anni non avevano le bande e, di notte, si camminava a tentoni poiché non c’era l’illuminazione pubblica. Molti dicono che il ponte si chiamerebbe così perché là veniva scaricata la paglia che serviva ai cavalli di palazzo ducale. Le stalle sarebbero state quei balconi con le inferriate che vediamo tutt’oggi.
Nel periodo del carnevale a Venezia si usava mangiare la torta di farro. Si cuoce della farina nel brodo, aggiungendo formaggio fresco e stagionato grattugiato, poi strutto, grasso di vitello ben cotto, si impasta il tutto con uova, zucchero e zafferano. Si mette l’impasto a strati con la polenta, cospargendola alla fine con zucchero e irrorandola con acqua di rose.
Nel ‘500 molti andavano matti per lo sciroppo di rose, quello che poi Nostradamus perfezionò chiamandolo rosolio e che diventò il liquore tipico di Venezia.
A Venezia, come in altre parti d’Italia e in Europa, molti ortaggi erano ritenuti velenosi, come gli spinaci, i piselli e gli asparagi. Fu solo dopo la fine del ‘500 che questi cibi cominciarono ad apparire sulle mense più raffinate.
Il palazzo veneziano conserva sempre la traccia della sua origine e cioè la casa-fondaco. E’ quindi la residenza del patrizio ma anche l’ azienda del mercante.
Palazzo Mastelli o del Cammello a Cannaregio dalle parti della Madonna dell’Orto. Questa era la casa dei fratelli Rioba, Afani e Sandi Mastelli venuti dalla Morea nei primi anni del 1100 ed era la sede del loro commercio. Come mai si chiamavano Mastelli? Ma dal soprannome che i veneziani gli avevano affibbiato e cioè dai mastelli (catini) pieni di soldi che questi possedevano. I fratelli Mastelli li potete trovare nel campo dei Mori vicino l’entrata del palazzo. Le loro tre statue (ma ce n’é una quarta vicino alla loro e sarebbe quella del loro servitore e cioè quello col cammello qui sopra) sono scolpite nella pietra d’Istria e incastrate nel muro. Una leggenda dice che le statue sarebbero loro stessi pietrificati a causa della loro disonestà. Un giorno una donna andò da loro per vedere se c’era un qualche briciolo di onestà nei loro affari proponendo loro di dotare il suo negozio, appena avuto in eredità dal marito defunto, di stoffe della migliore qualità. I Mastelli, fiutando l’affare, proposero del materiale scadentissimo approfittando della sua ingenuità e inesperienza. Ma lei, che invece di stoffe se ne intendeva, nominando il nome di Dio, diede loro delle monete che, mentre le ebbero finalmente in mano, si trasformarono in pietra le monete e loro stessi. La donna andò via e al mattino dopo il servitore trovò le statue che vennero incastrate nel muro tempo dopo.
Si continua poi con una serie di celle (si hanno dei documenti che specificano le dimensioni delle singole) dove ad ognuna si è dato il nome: Liona, Lionessa, Valiera, Forte, Mocina, Schiava, Galiota… Nella “Torresella” le celle sono a stretto contatto con le grandi e nobili sale del palazzo ducale che sempre si ha avuto paura che qualche incendio avesse da fare molti danni. Ora che la Torresella non esiste più si possono notare solamente delle scritte dei condannati sui muri nella sala delle armi. Nel ‘500 parti del palazzo sono in rovina che molte celle vengono eliminate. Si costruiscono allora di nuove al piano terra quasi tutte completamente cieche, umide e fredde: i pozzi. I Piombi invece stanno sotto i tetti del palazzo, in pratica le soffitte. Da subito si sono rivelate insicure e malsane tanto da limitarne il numero.
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