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Curiosità
Il dolce di S. Martino è fatto di pasta frolla, glassa di zucchero e praline a forma del santo a cavallo con spada e mantello. Ho calcolato quanto verrebbe a costare un dolce fatto in scala 1:1. Bene: un cavallo pesa circa 420 kg, un condottiero vestito pesante 90 kg, una spada tipo vecchio 4 kg. Tenendo conto che all’etto il dolce di S. Martino viene a costare 6,00 € circa (dato 2009), in scala 1:1 costerebbe 31.855 €
 
 
La storia
Martino nacque in Pannonia, l’odierna Ungheria, nel 316; era figlio di un ufficiale romano e fu educato nella città di Pavia, dove passò la sua infanzia fino all’arruolamento nella guardia imperiale all’età di quindici anni. A scuola Martino prese i primi contatti con i cristiani e, all’insaputa dei genitori, si fece catecumeno e prese a frequentare con assiduità le assemblee cristiane. La sua umiltà e la sua carità hanno dato vita ad alcune leggende tra cui quella in cui Martino incontrò un povero al quale donò metà del suo mantello; oppure quella dell’attendente che Martino considerava come un fratello, tanto da tenergli puliti i calzari. Ottenuto dall’imperatore l’esonero dal servizio militare, Martino si recò a Poitiers presso il vescovo Sant’Ilario, che completò la sua istruzione religiosa, lo battezzò e lo ordinò sacerdote. Tornò in Pannonia dove convertì la madre, quindi combatté gli Ariani a Milano, ma venne cacciato. In seguito si ritirò in Liguria, infine di nuovo in patria. Amante della vita austera e del silenzio, eresse il monastero di Ligugè, il più antico d’Europa, e quello di Marmontier, tuttora esistente. Essendo vacante la diocesi di Tours, nel 372 venne consacrato vescovo per unanime consenso di popolo. Accettò la carica con grande riluttanza, ma si dedicò con zelo all’adempimento dei suoi doveri episcopali, continuando la sua vita ascetica di preghiere e rinunzie e portando nella sua nuova missione il rigore dei costumi monastici, sempre vicino alla gente, soprattutto ai contadini più poveri. Resse la diocesi per ben ventisette anni in mezzo a molti contrasti, anche da parte del suo stesso clero. Un certo prete Brizio arrivò persino a querelarlo; ma il vescovo lo perdonò dicendo: “Se Cristo sopportò Giuda perché io non dovrei sopportare Brizio?”. Stremato dalle fatiche e dalle penitenze, pregava il Signore dicendo: ” Se sono ancora necessario non mi rifiuto di soffrire, altrimenti venga la morte.” Morì a Candes e volle essere disteso sulla nuda terra, cosparso di cenere e cinto da un cilicio: era l’ 11 novembre del 397. I suoi funerali furono celebrati alcuni giorni dopo per dare il tempo ai suoi monaci di arrivare: ne erano presenti circa duecento. Sepolto nella cattedrale di Tours, la sua fama si diffuse in tutta la Francia, dove è ancora invocato come primo patrono della nazione. La sua tomba è meta di continui pellegrinaggi da tutto il mondo. Nell’arte San Martino è raffigurato sul cavallo mentre taglia il suo mantello; in Francia, nelle chiese a lui dedicate, è rappresentato come vescovo che distribuisce elemosine ai poveri.
 
La leggenda
Era l’11 novembre: il cielo era coperto, piovigginava e tirava un ventaccio che penetrava nelle ossa; per questo il cavaliere era avvolto nel suo ampio mantello di guerriero. Ma ecco che lungo la strada c’è un povero vecchio coperto soltanto di pochi stracci, spinto dal vento, barcollante e tremante per il freddo. Martino lo guarda e sente una stretta al cuore. “Poveretto, – pensa – morirà per il gelo!” E pensa come fare per dargli un po’ di sollievo. Basterebbe una coperta, ma non ne ha. Sarebbe sufficiente del denaro, con il quale il povero potrebbe comprarsi una coperta o un vestito; ma per caso il cavaliere non ha con sé nemmeno uno spicciolo. E allora cosa fare? Ha quel pesante mantello che lo copre tutto. Gli viene un’idea e, poiché gli appare buona, non ci pensa due volte. Si toglie il mantello, lo taglia in due con la spada e ne dà una metà al poveretto.
“Dio ve ne renda merito!”, balbetta il mendicante, e sparisce. San Martino, contento di avere fatto la carità, sprona il cavallo e se ne va sotto la pioggia, che comincia a cadere più forte che mai, mentre un ventaccio rabbioso pare che voglia portargli via anche la parte di mantello che lo ricopre a malapena. Ma fatti pochi passi ecco che smette di piovere, il vento si calma. Di lì a poco le nubi si diradano e se ne vanno. Il cielo diventa sereno, l’aria si fa mite. Il sole comincia a riscaldare la terra obbligando il cavaliere a levarsi anche il mezzo mantello. Ecco l’estate di San Martino, che si rinnova ogni anno per festeggiare un bell’atto di carità ed anche per ricordarci che la carità verso i poveri è il dono più gradito a Dio. Ma la storia di San Martino non finisce qui. Durante la notte, infatti, Martino sognò Gesù che lo ringraziava mostrandogli la metà del mantello, quasi per fargli capire che il mendicante incontrato era proprio lui in persona.
Tratto dal sito della parrocchia di S. Martino vescovo di Alpignano (To)
 
 
A Venezia
I bambini girano per Venezia con coperchi di pentole e altre cose che fanno chiasso a gruppi o di 4 o 5 o a “gruppi scolastici”. Viene cantata, per l’occasione:
S. Martin xe ‘ndà in sofita
a trovar ea so’ novissa (o nona Rita o nona Gigia)
nona Rita no ghe gera
S.Martin col cùeo par tera
E col nostro sachetì
cari signori xe S.Martin
La musica ripete le stesse note di “Garibaldi fu ferito…” di antica memoria.
…e via col casino. Nel secondo caso (ma è una moda di questi anni) qualcuno gira vestito da S. Martino con tanto di cavallo di cartone, spada e mantello. La festa non è un gran affare per i negozianti, visto che non è una festa americana, e quindi, essendo casereccia, gli unici che ci guadagnano sono i pasticcieri e fornai che vendono il classico dolce fatto di biscotto a forma di santo con cappa e spada e guarnito con cioccolato, glassa e praline (o altre cose simili). Oramai il dolce si è fatto sempre più grande e sempre più costoso.
San Martino è andato in soffitta a trovare la nonna Rita. Visto che non trovò la nonna il santo cadde sulle natiche. Questo è il mistero che assale tutti i bambini di adesso dopo aver cantato la filastrocca alla festa di San Martino. Perché una persona che non trova sua nonna, aspettandosela in soffitta, deve cadere per forza a terra sulle natiche? Molti sostituiscono la nonna con una “novissa” e cioè una che deve maritarsi ma il dubbio rimane.
 
 
Cronaca
Come al solito sono le scolaresche degli asili a farla da padrone per tentare di recuperare questa venezianissima festa. La festa, in questi ultimi anni, si è adeguata e vede nuove figure malefiche: le madri.
Le madri si mettono in prima linea e a spron battuto col mestolo a mo’ di spada (vedi foto a destra) iniziano ad indicare con faccia feroce il passante (o il povero commerciante)intimandolo a cacciare i soldi (per il bimbo). Inizia il rimorso del passante (e del povero commerciante) che non sa cosa dare a questi qui (sono scolaresche e quindi…un euro a ciascuno…sono in 50…). Troppo poco o troppo tanto? Di solito si da i soldi alla prima mamma che ti viene incontro, ma le altre? Una volta con le carte da 1000 faceva più effetto ma adesso con l’€ dare qualcosa in ferro sembra poco.
Lo sguardo della madre è dei più feroci con gli occhi ridotti a delle fessure tagliate con la lametta. Le labbra sbiancate perché la loro chiusura non permette al sangue di circolare. Sembrano tante studentesse fortemente comuniste quando le snobbi calcolandole come donne e basta.
Al loro via i bambini, come tanti automi, iniziano a fare rumore coi coperchi e con i mestoli come fossero tante scimmiette con la molla di antica memoria. Poveri bimbi. In balia di tutti quei adulti furiosi. Ma alla fine la vittoria è scontata. Dai e dai e dai, i soldi vengono su che al ritorno all’asilo inizia la conta. Come ladri svuotano le loro saccocce piene di denaro sui tavoli dividendo i mucchietti: e qui inizia l’invidia. Chi ha fatto di meno e chi di più. La mamma che ha raccolto di più ha vinto. E ne resterà solo una…
 
Siamo in via Garibaldi. La tensione si taglia col coltello. Le perigliose madri confabulano sulla prossima vittima. In prima linea le più battagliere e più sfacciate. Sono sulla 35/40ina. Ormai hanno deciso…è il pescivendolo il prossimo. Uno sguardo d’intesa tra tre o quattro davanti…una prende la videocamera, si accende la luce rossa…la bionda punta il dito sul proprio figlio intimandogli l’inizio del battere di tamburo. La seconda bionda fa lo stesso col proprio. Non parlano con loro, si parlano solo tra mamme girando di scatto il collo ma non il corpo. Sono fredde, imperiose come amazzoni anche se sono piccole di statura. E’ il momento.
Stefano il pescivendolo lo sa e ha già in mano un gruzzoletto di monetine. I tamburi dei bambini, i coperchi delle pentole scandiscono il ritmo…”Duri i banchi!!!” Il coro intona il caro motivetto di battaglia di antica memoria. Sempre valido. E in nome della tradizione i coglioni sono rotti e Stefano comincia a sorridere sardonicamente e a gettare la spugna inserendo nel vasetto di pelati gigante/tamburo le monetine. Non tutte assieme ma una per volta facendo capire che ne mette tante. La cosa va avanti per lunghi secondi. Soddisfatte, le perigliose madri proseguono senza sosta. Gridano tra di loro coprendo il baccano delle pentole e dei coperchi continuamente. E come una lavatrice in centrifuga commentano la battaglia.