START | Venezia | Madonna della Salute

Nel ‘600 la Serenissima combatteva per liberare i territori italiani dagli spagnoli. Assieme agli spagnoli c’erano i tedeschi. E, con i tedeschi, arrivò anche il morbo della peste.
Nel giugno del 1630, oltre i soldati di ritorno a casa, arrivò a Venezia anche l’ambasciatore del ducato di Mantova. Provenendo da una zona infetta, fu messo in quarantena nell’isola del Lazzaretto Vecchio. Bastò un’unica persona, un falegname di Venezia, a contatto con l’ambasciatore che a ritorno alla sera a casa propagò il morbo a tutta la città. Prima nella zona di S.Vio e poi dappertutto.
I Provveditori alla Sanità, già operanti durante la grossa epidemia del 1575, emanarono molte disposizioni come bonificare le case insane, dividere gli ammalati nei vari ospedali e mandare a lavorare nelle campagne le persone non infette. Il patriarca Giovanni Tiepolo ordinò preghiere pubbliche in tutta la città e processioni. Le vittime solo nel mese di novembre furono 11.966. Si pensò allora di fare un voto di edificare un tempio a Dio, come avevano già fatto con la chiesa del Redentore nel 1576, dedicando alla Madonna una Chiesa alla Vergine Santissima intitolandola Santa Maria della Salute. Dopo un anno e mezzo e con quasi 50.000 vittime la peste finì.
Foto, per me, eccezionale. Siamo negli anni '50 e i venditori di candele che vedete sono mia nonna, mio zio e mio papà.
Nel gennaio del 1632 furono abbattute le case del Seminario vicino la punta della Dogana per far posto alla nuova costruzione. Il 28 novembre fu decretato giorno ufficiale della liberazione del morbo. Il tempio venne consacrato il 9 novembre 1687 e la data della festa fu spostata definitivamente il 21.
Un ponte di barche viene costruito per l’occasione sul Canal Grande dove moltissimi veneziani si recano a pregare all’interno della chiesa vuoi per fede, vuoi per tradizione. Bancarelle con ambulanti vocianti vendono candele di tutte le dimensioni, candele che finiscono in braccio al chierichetto messo apposta all’ingresso: in pratica un passamano ambulante/fedele/chierichetto. Dove andranno a finire tutte le candele? Di nuovo al commerciante con un segreto accordo? Alla Chiesa che serviranno a riempire le cassette per le offerte? Venduti ad una cereria?
Il ponte votivo
Bancarelle di dolciumi, distributori di colesterolo, diabete e altre malattie assieme a venditori di palloncini gonfiati a elio e raffiguranti Picachu, Dragon Ball e C. e altri miserabili souvenir fanno da contorno a questa coreografia pagana.
Ma più di tutti, il simbolo di cui tutti si ricordano della festa della Madonna della Salute è uno solo, a parte le preghiere di vera dedizione alla Madonna di persone per bene: la “gallina”. Non so se vi ricordate di quell’aggeggio rumoroso e stridente di anni fa. In pratica era un cilindro di cartone con uno spaghetto incollato sul fondo. Lo spago veniva strattonato delicatamente dall’indice e il pollice della mano impregnati da una sostanza color ambra e mezza appiccicaticcia. Il risultato era il rumore petulante di una gallina. Chi era l’inventore o solo il semplice distributore di questo oggetto la Madonna solo lo sa. Come non si sa chi sia stato quello che abbia inventato il fischietto da inserire nel palato e che imitava il verso degli uccelli. Quello ha fatto tossire e andare di traverso la saliva più persone di un dentista senza l’idrovora da bocca.

Cosa si mangia di tipico alla festa della madonna della Salute? La castradina. 
La castradina è un antico cibo a base di cosciotto di montone salato, affumicato e poi stagionato, usato per fare una gustosa zuppa con l’aggiunta di foglie di verza, cipolle e vino, che tradizionalmente viene gustata alla vigilia della festa della Madonna della Salute (il 21 novembre).

I veneziani la conoscono già dal 1173: infatti nel calmiere del doge Sebastiano Ziani è menzionata la sicce vero carnis de Romania et de Sclavinia ad indicare la provenienza dall’Albania, dalla Bosnia e dalla Sclavonia. La castradina arrivava a Venezia fino al 1914 sui trabaccoli e sulle tartane albanesi battenti bandiera turca o austroungarica e veniva servita direttamente dalle barche ormeggiate sulla riva degli Schiavoni.
[da Wikipedia]

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