START | Venezia | Piccola cronaca di un giro in mascareta dietro alla Giudecca un giorno qualsiasi

Il sole è abbastanza alto. Un giorno qualsiasi. C’é una bavetta da garbin. Per chi non ha molta pratica di voga alla veneta come me e per chi è la prima volta che voga da solo con un remo, un piccolo rebus: mi butto? Saprò ritornare una volta partito dalla riva? 
Mi consigliano di provare ricordandomi che non hanno benzina nei loro piccoli fuoribordo e che comunque non hanno molta voglia di impratichirsi nel “servizio ramazza” in una bella giornata così. Mi butto. L’operazione non è poi così impossibile.

La mascareta, una piccola e leggera imbarcazione in legno riservata alle donne nel giorno della Storica, è rossa sotto e gialla sopra. Mi dicono che con un po’ di vento bisogna agire svelto col remo usando il morso sotto (incavatura della forcola dove va appoggiato il remo)piuttosto di quello sopra in modo di fare più forza. La forcola è il fulcro, il remo la leva.

Inizio a togliermi dalle fasce che tengono la barca dopo averla varata. Comincio ad allontanarmi dalla riva con il remo posizionandomi contro vento. Inizio a fare quel movimento caratteristico della remata accorciandolo il più possibile come mi avevano consigliato di fare una volta deciso di partire. Il movimento è uguale a spalmare del formaggino sul pane ma molto più svelto. Il mio sguardo punta lo skyline di Marghera con le sue ciminiere. Il cielo è terso. Non devo guardare il remo ma solo la direzione che devo prendere.

Con le barche col fondo piatto si va dove si vuole a Venezia. E’ così adesso, era così 1000 anni fa quando la barca sostituiva il cavallo. Sono in palugo (la secca). Il movimento, dopo aver acquistato un po’ di abbrivio, si fa più lento e metodico. Di questa stagione non ci sono molte imbarcazioni e tutto è silenzio. L’unico rumore è il vento che passa per i capelli e per il peli delle orecchie. Il movimento è sempre lo stesso ma mai uguale complice l’inesperienza che ti fa deviare la mascareta un po’ a destra e un po’ alla sinistra.

Provo a stare un po’ avanti rispetto alla forcola per vedere se la barca ha un comportamento diverso che stare un po’ più indietro. Tengo una posizione più raccolta per vedere se riesco a fare più forza e andare più forte. Mi accorgo che non c’é molta differenza se non accorgermi che comincio a riscaldarmi. Mi accorgo anche che se vado più forte il movimento non si fa più brusco e violento ma sempre dolce e “nobile”. Ho sempre ammirato chi va in barca domandandomi come fanno a tenere quella posizione così d’altri tempi sia i giovani sia i vecchi. E’ come stare in un liquido oleoso dove tutti i problemi sembrano lontani. Echi, rumori lontani, voci in lontananza.
Mi avvicino alla meta, delle bricole che segnano il canale navigabile. Passa un signore sulla settantina che voga alla valesana (dove il barcaiolo voga a due remi) ; mi saluta tenendo fiero lo sguardo alto. Passa la prima imbarcazione a motore: un mezzo da sbarco a tutta velocità. Di colpo abbassa il gas facendo morire sul nascere le onde che potrebbero quasi rovesciarmi la mascareta. Passa e riaccellera.
Torno indietro. Adesso la bavetta di garbin ce l’ho sulla nuca ma non sento niente grazie al mio avanzamento verso l’isola delle Grazie. Mi riposo un attimo sedendomi a poppa. La barca si dispone presto di traverso il vento. Un colpo di remo e la barca si raddrizza.
 
La temperatura è gradevolissima nonostante l’abbassamento di 10 gradi di questi giorni. Mi avvicino verso la Giudecca incrociando il canale navigabile (dalle barche a motore) sentendomi quasi onnipotente con la mia leggera mascareta a fondo piatto.
 
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